Artigianato

Il cotto dell'Impruneta

Il nome di Impruneta deriva da "in prunetis" o "in pinetis". La sua storia risale all’epoca etrusca come testimoniano i reperti archeologici rinvenuti in loco a partire dal 1400.

Questi, infatti dimostrano che le origini del sito si riferiscono ad un insediamento sorto alla fine del VII secolo a.C. Al VI secolo a.C. sono da ricondurre invece le testimonianze (come ad esempio vasi di bucchero con formule dedicatorie) che ci riferiscono di un luogo di culto, edificato ad Impruneta, che nel IV sec. a.C. si svilupperà considerevolmente.

La romanizzazione dell’intero agro fiesolano determinò in seguito il cambiamento dell’organizzazione economica dell’intero territorio chiantigiano e l’area di culto, ancora attiva nel I sec. a.C., perse in quel periodo il suo ruolo territoriale con un probabile ridimensionamento verso quello locale, mantenendo tuttavia la funzione di luogo di scambio che l’antichità del sito aveva sicuramente contribuito a rendere famoso.

È comunque in epoca medioevale che Impruneta acquista un ruolo di rilievo assumendo la guida di una delle 72 leghe del contado fiorentino. Per cinque secoli la comunità imprunetina fu feudo della nobile famiglia dei Buondelmonti, i quali possedevano il loro castello più importante a Montebuoni, rocca dalla quale prendeva il nome la casata stessa.

Quando all’inizio del XII secolo Firenze iniziò a domare il potere arrogante dei nobili del contado e a distruggere i castelli vicini anche la rocca Montebuoni fu cinta d’assedio e il 23 ottobre del 1135 fu presa e rasa al suolo.

Dopo la distruzione del castello, i Buondelmonti esercitarono il giuspatronato sulla Pieve di Santa Maria all’Impruneta (plebs Sancte Marie in Pineta), consacrata nel 1060 dal cardinale Umberto di Selva Candida e divenuta celebre per il culto dell’Immagine della Vergine. La Sacra Immagine della Signora delle Acque fu portata molte volte in processione a Firenze per chiedere i miracoli, come ad esempio in occasione delle grandi piogge nel 1368 e nel 1392, della siccità che colpì la città nel 1534 o durante l’assedio degli Spagnoli nel 1529.

Da un punto di vista amministrativo Impruneta, insieme al Galluzzo, divenne capoluogo di una "lega", poi podesteria, che comprendeva il territorio a sud di Firenze, a ridosso della cerchia muraria cittadina. Nel 1536 Alessandro de’ Medici divise la podesteria in quartieri: San Pietro a Monticelli, Santa Margherita a Montici, Sant’Alessandro a Giogoli e Santa Maria all’Impruneta. In seguito, con la nascita delle "comunità" o comuni, il territorio dell’Impruneta fu unito a quello del Galluzzo costituendo un’unica amministrazione. Nel 1928, soppressa la municipalità del Galluzzo, l’Impruneta riconquistò la propria autonomia.

Durante la II guerra mondiale, il paese subì un terribile bombardamento (luglio 1944) che provocò perdite tra la popolazione civile ed ingenti danni all’abitato. Con la fine del conflitto si diede inizio ai lavori di ricostruzione che in breve tempo riuscirono a sanare le ferite inferte dalla guerra.

LA STORIA DEL COTTO

L’arte della terracotta rappresenta per l’intera comunità imprunetina un patrimonio di grande valore e prestigio ed un elemento primario dell’identità culturale. In questo territorio, così ricco di ottima e resistente argilla, il lavoro di famiglie di fornaciai, che si tramandano da secoli le antiche tecniche di lavorazione, ha fatto sviluppare una vera e propria "civiltà del cotto" che ancora oggi, grazie alla presenza delle numerose aziende produttive locali, è viva e presente.

I reperti archeologici testimoniano che la lavorazione dell’argilla fioriva già in epoca etrusca, mentre l’antica arte di trattare le terre argillose per ricavarne manufatti in cotto risale al Medioevo. La prima notizia, infatti, su questo tipo di lavorazione è del 1098.

Diverse sono le ipotesi avanzate sulle ragioni della localizzazione di quest’arte nelle colline tra i fiumi Greve ed Ema, certamente due sono quelle che hanno maggiormente inciso: la natura estremamente favorevole del terreno e a vicinanza alla città di Firenze. Un documento notarile del 1308 ci informa che a S. Maria dell'Impruneta si era costituita una "corporazione dei maestri della terra cotta", orciolai e mezzinai con lo scopo di regolare la produzione e di garantirne la qualità.

Le fornaci, che solitamente si trovavano lungo i corsi d'acqua dove abbondava la materia prima, erano piccoli stabilimenti a conduzione familiare che lavoravano durante la bella stagione, quando in pratica le condizioni atmosferiche garantivano le premesse necessarie per la migliore lavorazione dell’argilla.


Con il grande sviluppo artistico di Firenze, la tradizione artigiana delle terrecotte imprunetine raggiunse il suo culmine sia nella produzione di pregevoli manufatti per uso domestico, ornamento e decoro, che in quella di materiali edilizi per chiese, monumenti e palazzi signorili.

Tutti i più grandi scultori fiorentini si cimentarono con la terracotta proprio per sue possibilità espressive che la rendevano impiegabile pari al marmo, al bronzo e al legno; in particolare, nella bottega dei Della Robbia si sperimentarono tutte le sue possibilità di utilizzo. I molteplici e diversi gruppi scultorei dellarobbiani diffusero ovunque il linguaggio figurativo fiorentino nel suo modello più divulgativo e popolare, che avrà il momento di maggiore sviluppo nel Cinquecento. I palazzi, le abitazioni e gli edifici fiorentini assumevano di pari passo la calda tonalità del rosso terracotta.

La copertura del Duomo, del Battistero, della cupola del Brunelleschi e delle altre cupole cittadine fu eseguita con il laterizio dell'Impruneta; in mattonelle di cotto era la Piazza della Signoria; le cupole del complesso laurenziano, Palazzo Grifoni in Piazza SS. Annunziata e la balaustra di Palazzo Corsini portano il segno degli artigiani imprunetini e certamente il più alto risultato espressivo fu raggiunto nel pavimento policromo della Biblioteca Laurenziana disegnato da Michelangelo.

Sempre nel periodo rinascimentale, elementi decorativi in terracotta come vasi, vasche, sculture, colonnette, trofei, stemmi, insegne, iniziarono ad essere sempre più usati per l'arredo di giardini, ville, cortili, loggiati, vialetti e scenografie teatrali.

Nel 1722 il granduca Pietro Leopoldo per favorire la diffusione del cotto, abolì il preesistente dazio e ne incentivò l'impiego.

La manifattura imprunetina, che era prosperata con le grandi commesse fiorentine dei secoli aurei, iniziò ad industrializzarsi nell'Ottocento in coincidenza con il fervore edilizio che caratterizzò Firenze capitale d'Italia.

Negli ultimi anni l'attività si è differenziata e specializzata in due settori: quello "industriale" con la produzione di pavimenti e laterizi di qualità per abitazioni e edifici e quello "artigianale" che, utilizzando ancora le tecniche a mano, prosegue l’antica lavorazione tradizionale di orci, vasellame e pezzi da arredo.