Territorio

Orvieto

La città di Orvieto appare, da qualsiasi parte vi si giunga, maestosa e piena di fascino e le sue aree agricola ed urbana risultano strettamente collegate da un forte legame.

Il suo essere al centro dello "stivale” tra Umbria, Lazio e Toscana è il punto di forza di Orvieto che già al tempo degli Etruschi fu eletta come lucumonia; poi Medioevo e Rinascimento li hanno conferito i tratti e la struttura che oggi conosciamo.

Viene modellata dall’alto di una rupe tufacea con fortificazioni, torri, chiese e palazzi che così le danno il profilo che tutt’oggi conserva.

Solo ad esempio della magnificenza delle opere d’arte (idraulica in questo caso) si menziona qui il famoso e mitico Pozzo di San Patrizio, profondo 65 metri (anche se la leggenda lo fa essere senza fine) con scala a chiocciola progettata e costruita in modo che uomini e muli, durante il percorso, non dovessero mai incontrarsi.

Pozzi camminamenti e cunicoli dagli Etruschi al Medioevo si incrociano con le cantine a più piani scavate in ogni epoca per la conservazione di un prodotto che ha fatto si che Orvieto venisse conosciuta nel mondo: il vino.

Il Duomo di Orvieto

Scendendo dalla collina antistante Orvieto, si nota primo fra tutti, sul bassopiano di tufo su cui poggia il centro storico, il duomo in tutta la sua bellezza.

Il Duomo di Orvieto può essere considerato il non plus ultra delle creazioni dell’architettura gotica italiana. La facciata a trittico è costituita da splendenti marmi policromi, sculture e mosaici.

Sono emblematici il portale mediano e il rosone centrale ad opera di Andrea Orcagna [XIV secolo]. L’interno ha tre navate, ancora di carattere romanico.

Il Transetto, (la navata trasversale che interseca quelle longitudinali), e il presbiterio, (area intorno all’altare maggiore), sono invece già di forme gotiche.

Rispetto alle cattedrali europee, il Duomo di Orvieto presenta una minore linearità formale e una maggiore varietà nell’uso del materiale.

Il duomo di Orvieto è celebre anche per gli affreschi sul Giudizio Universale di Luca Signorelli. Erano stati iniziati dal Beato Angelico con l’aiuto di Benozzo Gozzoli.

A differenza di quanto accadeva nel resto d’Europa, infatti, i costruttori gotici italiani lasciavano all’interno delle cattedrali grandi pareti piane che venivano affrescate dai pittori dell’epoca, contesi tra i Comuni e le grandi Abbazie.

Palazzo dei Papi

Il palazzo in stile gotico sorge sul lato destro del Duomo e fu iniziato da Urbano IV e proseguito da Martino IV; quando, nel 1309 la sede papale venne trasferita ad Avignone i lavori della parte retrostante vennero interrotti e rimasero incompiuti.

La piazza è collegata al piano alto da una scalinata; qui un salone che doveva accogliere i Concistori e i Concili,trovandosi i Papi ad Orvieto. Nel 1550 il palazzo fu venduto alla fabbrica del Duomo e, nel 1896, restaurato dell'architetto Paolo Zampi; a lui si devono i merli e una serie di finestre. Oggi, nella parte anteriore, ha sede il Museo dell'Opera del Duomo in cui è possibile ammirare opere di Simone Martini (La Madonna col Bambino, i SS. Pietro e Paolo), opere di oreficeria come Il Reliquiario del cranio di S. Savino (1340) opera di Ugolino di Vieri e Viva di Lando.

Vi si trovano, inoltre, parti originarie del tetto del Duomo, affreschi provenienti da altre chiese e una tegola con l'autoritratto del Signorelli. Nel museo vengono poi custoditi i bozzetti della facciata del Duomo, uno attribuito ad Arnolfo di Cambio o al Maitano, un altro concordemente al Maitani.

Le tombe etrusche

Orvieto è ricchissima di testimonianze della civiltà etrusca, in modo particolare sono di rilevante interesse le tombe che si trovano concentrate intorno alla necropoli del Crocifisso del Tufo (VIII-III sec. A.C.).

Anche il circondario è ricco di tombe e reperti, sono particolarmente interessante le tombe che si trovano a Settecamini, a pochi chilometri dalla città, i cui reperti si trovano nei musei orvietani e fiorentini.

Al Palazzo dei Papi è possibile ammirare gli affreschi distaccati dalle parete delle tombe, sistemati in tombe ricostruite a grandezza naturale.

La necropoli del Crocifisso del tufo si trova lungo la strada che dalla città porta alla stazione ferroviaria; essa costituisce una vera e propria città dei morti, distribuite come fossero dei nuclei abitativi.

Il materiale utilizzato per la costruzione è il tufo, dei grossi blocchi di quel materiale di cui la zona è ricchissima.

Tutte le suppellettili e i corredi funerari sono esposti presso il Museo Faina in Piazza Duomo.

Museo Faina

Il Museo, che ha sede in Piazza Duomo, è nato grazie ai reperti raccolti dal Conte Mauro Faina nel 1864 la cui raccolta è stata poi donata al Comune di Orvieto.

Al piano terra si trovano gli oggetti venuti alla luce nella città e dalla necropoli del Crocifisso del Tufo, tra questi citiamo un cippo tombale, un Sarcofago e una Venere, tutti reperti che vanno dal II al VI secolo a.C.

Al secondo piano vi è una ricchissima collezione di buccheri, vassoi, tazze, armi e armature, tutti del VI-V secolo a.C. Vi sono, inoltre, reperti di origine Greca, tra le più note le anfore firmate da Exekias risalenti al 560-530 a.C.

La Strada dei Vini Etrusco Romana

Alle origini della vite In provincia di Terni, in quel corso del fiume Tevere che porta a Roma, ci si trova nel bel mezzo del territorio che un tempo fu abitato da Etruschi e Romani.

Attraverso i colli è la strada dei vini che passa i fiumi e varca i monti per tagliare a metà centri importanti e aree vocate a DOC umbre importanti: l’Orvietano, l’Amerino toccando appunto Orvieto, Amelia, Allerona, Alviano, Castel Viscardo, Ficulle, Lugnano in Teverina, Narni e Penna in Teverina.

Importante è notare che qui si producono interessanti vini bianchi come l’Orvieto Classico (anche nella versione Superiore) e anche vini rossi corposi come Lago di Corsara, Colli Amerini e Orvieto.

Partendo dal meraviglioso Duomo di Orvieto e dalle tombe Golini I e II (Domenico Golini: insigne archeologo orvietano autore di varie scoperte tra le quali, nel 1863, le due tombe dipinte nella necropoli di Settecamini, che ancora portano il suo nome), per arrivare alla romana testa del Germanico di Amelia, alla Cascata delle Marmore fino al Lago di Piediluco.

In questi piccoli centri del "Mangiar bene mangiando genuino” – Orvieto in particolare è la capitale del Movimento delle Cittaslow – convivono tradizioni enogastronomiche e artigianali.

Enogastronomia dell’Orvietano

Tutt’oggi, come in pochi altri centri in Italia che hanno mantenuto intatti i segni della storia, la gente del luogo pur vivendo nel centro mantiene ancora lembi di terra o medio grandi appezzamenti per la coltivazione dei prodotti ortofrutticoli e l’allevamento di suini, ovini, bovini e animali da cortile.

Anche nei ristoranti locali che decidono di mantenere intatte certe tradizioni legate all’uso di quelle carni e quei prodotti naturali si trovano segni della cucina locale nel menu. 

Zuppe di cereali e legumi (spesso con farro) sono all’ordine del giorno. Il farro coltivato e usato in Umbria fin dagli Etruschi è di un tipo che produce farina scura, a differenza di quello più comune che la fornisce bianca. Risulta anche particolarmente saporito.

Nella ricetta: farro al prosciutto si ha l’unione dell’osso e grasso del prosciutto tritati e uniti al farro con un filo d’olio extravergine d’oliva locale. 

Altri piatti noti sono La minestra di ceci e castagne e gli gnocchi di patate spesso accompagnati al tartufo (in casa si fa uso normalmente di tartufi estivi detti "scorzoni”). Altra tradizione sono le paste fatte in casa con prodotti di cacciagione o volatili da cortile.

Ricetta degna di nota a questo proposito è: la gallina ‘mbriaca appartenente alla cultura contadina; la gallina del pollaio che diventa vecchia non produce più uova ma la sua carne risulta anche dura sotto i denti. Per questo la carne della gallina ormai vecchia viene messa a marinare nel vino per renderla più morbida. Altri piatti tradizionali della stessa cultura sono la palomba alla leccarda e le oche.

Un cibo di strada locale

La pescetta de la Naia è originario di Todi ed è un piatto in via di estinzione. Gli avannotti (pescetti appena nati) di tutte le specie ittiche di torrente (il o la Naia appunto) venivano pescati con un attrezzo chiamato "bilancetta a maglie strette”, adattato alle dimensioni piccole del pescato.

Infarinati e fritti venivano poi mangiati caldi. Era un cibo stagionale perché legato al solo periodo del ripopolamento e oggi purtroppo, anche se puliti, gli avannotti del Naia non sono più come nei tempi lontani e non esistono più molte specie.

Se si desiderano riscoprire ancora simili sapori si può ricorrere ai buonissimi vaironi che si possono ancora pescare, profumati e puliti come appena usciti dall’acqua corrente e non inquinata, nel laghetto formatosi alla sorgente del torrente Marroggia dentro la piccola diga di Firenzuola.