Prodotti tipici

Il Pistacchio di Bronte DOP

Bronte è una piccola cittadina ai piedi del gigante che fuma: l’Etna come a volergli offrire gentilmente qualcosa di prezioso durante le sue "boccate" e un ringraziamento e una preghiera per risparmiarlo nei suoi momenti di "collera".

Bronte è l’unico posto, in Italia dove si possono ammirare le piantagioni di pistacchi altrimenti reperibili nell’Europa Balcanica tra Grecia e Turchia.

Da là provengono infatti i pistacchi chi siamo soliti trovare in Italia (tra le bancarelle dei mercati) salati da sgusciare e mangiare.

Una cooperativa che prende il suo nome dal colore del frutto in questione, gestisce i raccolti e la vendita in loco. L’esclusiva presenza del pistacchio a Bronte (soprattutto la sua sopravvivenza nei secoli) si pensa sia dovuta anche al particolare clima tra l’umidità del fiume Simeto e le ceneri fertilizzanti del "gigante" Etna.

La presenza di questo frutto considerato oro (verde), e per il quale si fanno enormi sforzi per contrastare la produzione estera con la qualità del primo contro i prezzi competitivi dei secondi, è dovuta agli Arabi agli inizi del millennio e, data la sua forte rusticità e resistenza, la pianta ha trovato nei terreni vulcanici scarsamente coltivabili (le "sciare") un adattamento ideale.

Ha trovato qui il suo habitat naturale tanto da diventare la cultura arborea più importante e significativa in termini di superficie investita e reddito prodotto contribuendo a far conoscere la città di Bronte in tutto il Mondo come la "città del pistacchio". 

I "lochi" (così sono denominati i pistacchieti a Bronte) sono da sempre un elemento caratterizzante il territorio: in un ambiente di particolare bellezza rappresentano il prodotto del lavoro di agricoltori che da tante generazioni coltivano con passione e metodi tradizionali anche piccoli fazzoletti di terra e sciare incastonati fra le numerose colate laviche. 

I pistacchieti sono costituiti prevalentemente dalla varietà tipica della zona "la Napoletana" sebbene nel territorio siano presenti anche le varietà "Natarola" e "Femminella ".

IL TEREBINTO

A Bronte, è tradizione tramandata da padre in figlio l’innesto di queste varietà su una specie arborea, il Terebinto ("pistacia terebinthus"), pianta dalla grande rusticità e resistenza alla siccità. E' chiamata "scornabecco" o anche "spaccasassi" e vale la pena ricordare che deriva dallo spagnolo cornicabra (corno di capra), con lo stesso significato. 

Con un apparato radicale molto profondo è capace di farsi strada fra le fessure della roccia lavica, crescendo agevolmente anche su terreni sciarosi e difficilmente coltivabili. Il terebinto viene utilizzato dagli agricoltori brontesi, fin dall'antichità, come portainnesto della pianta di pistacchio ("pistacia vera"). 

È quello che fornisce le migliori produzioni, resistente alla condizioni climatiche locali e con il quale si ottengono piante che producono un minor numero di frutti vuoti. 

Per capire il significato del termine italiano "scornabecco", prendiamo a riferimento la parola spagnola "cornicabra", letteralmente corpo di capra. Quindi, a seguito di punture da parte di afidi nelle foglie del terebinto, queste si trasformano in "galle" aventi forme di corno che in gergo locale vengono dette "pipi", cioè peperoni. La pianta del pistacchio ("pistacia vera ") appartiene alla famiglia delle Anacardiacee. 

E’ rustica e di media altezza, con rami tortuosi che tendono verso il basso (decombenti). Ha foglie caduche di un verde chiaro con pronunciate nervature reticolate, ovali nella forma e imparipennate, cioè formate da uno o più coppie di foglie più una centrale allungata. In Sicilia il Terebinto è presente un po’ ovunque ed ha andamento a cespuglio. Le sue foglie, prima di cadere in autunno, cambiano di colore e dal verde mutano in rosso, arancione, giallo, grigio.

Una volta la propagazione del terebinto avveniva spontaneamente grazie agli uccelli che si cibavano anche dei suoi semi ingerendoli e, successivamente espellendoli con gli escrementi, ne facilitavano l’attecchimento. Oggi le piante si trovano presso vivaisti specializzati direttamente in fitocelle. 

L’innesto, generalmente, avviene dopo due o tre anni dalla messa a dimora e il primo raccolto almeno dopo dieci anni. La pianta è molto longeva e supera facilmente il secolo e per la sua rusticità necessita di pochi trattamenti. Può superare i cinque metri in altezza con andamento ad albero in terreni sciolti e profondi mentre in quelli marginali, che costituiscono il suo habitat naturale (sciare e macereti), ha andamento cespuglioso.

Il pistacchio, e con questo termine indichiamo sia la pianta come pure il frutto (che è una drupa deiscente con endocarpo legnoso) non è auto-fecondante quindi, per l’impollinazione, necessitano piante maschi producenti solo raceli fioriferi e per tale motivo si trovano generalmente in posizione sopraelevata. L’impollinazione avviene tramite il vento che ne trasporta il polline e non, contrariamente a quanto si pensava, per mezzo degli insetti che non svolgono alcun ruolo in tal senso perché non attratti dai fiori femminili che in cambio non danno nulla ad essi, miele a titolo di esempio. 

I frutticini allegati (nella seconda decade di aprile) formano grappoli nella parte ascellare del ramo mentre la gemma apicale è solo vegetativa.


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